domenica 4 agosto 2013

LA CASA DI SILVANO



«ESISTE tuttavia il fondato motivo e la preoccupazione che la casa natale di Silvano Fedi, dove il partigiano pistoiese nacque nel 1920, possa essere perduta come memoria storica della comunità locale». L'allarme è lanciato dall'associazione Proteo, da cui si esprime preoccupazione per le sorti dello stabile. L'immobile, villetta con ampio giardino, è ubicata nell'attuale via Martino Bianchi, un tempo via del Villino, per lunghi anni residenza ed ambulatorio medico del fratello di Silvano, il dottor Filiberto Fedi il cui unico figlio, omonimo dello zio, medaglia d'argento al valor militare, ha ereditato la villetta alla morte del padre. «PER UNA SERIE di complesse vicende che vedono interessati il giudice tutelare del tribunale di Pistoia, il Comune di Pistoia, il servizio di assistenza sociale ed il proprietario, il rischio che il bene immobile venga posto sul mercato è abbastanza reale e concreto  sostiene il presidente Proteo, Fabrizio Carraresi . Una situazione che merita di essere chiarita non solo per gli interessi legittimi del signor Fedi, ma anche come contributo informativo e conoscitivo alla collettività sul destino di un luogo simbolico della nostra memoria locale». L'associazione culturale Proteo prende spunto da questa situazione per avanzare una proposta ed un progetto precisi e cioè di prendere in considerazione la possibilità, una volta chiarita la volontà delle parti ed il profilo giuridico della vicenda, di ospitare nell'immobile in questione un centro-studi-archivio sulla resistenza a Pistoia, a intitolare a Silvano Fedi. Le finalità prevalenti del progetto potrebbero rintracciarsi nella promozione di attività di studio e di ricerca sulla figura di Silvano Fedi, vittima di un agguato tedesco a Vinacciano il 29 luglio 1944, sui temi della seconda guerra mondiale e sulla Resistenza nella sua dimensione locale.

(Da LA NAZIONE di Pistoia del 04.08.2013)

domenica 28 luglio 2013

DAVVERO UNA STRANA GIORNATA!


Qualche tempo fa, una ragazzina di 14 anni mi sorprese affermando “A cosa serve la Storia? Secondo a me a niente!”. La risposta ovviamente fu immediata: la Storia è la memoria dei popoli quindi siamo noi, il nostro  vissuto, i nostri genitori e, in senso piu’ ampio, la Patria, le Tradizioni. Insomma, il nostro passato che serve a costruire il presente e soprattutto il futuro.

Questa mattina, nel sentire  gli interventi che si sono succeduti a “La Pianaccina” dove, ogni anno, si commemora l’XI Zona e il suo Comandante “Pippo”, e’ tornata prepotente alla mente quella domanda. A cosa serve la Storia? Si avvicendavano infatti con interventi lunghissimi e poco attinenti, a dire il vero, per zona e compagine, le associazioni nazionali politicizzate. E pensare che Pippo era apartitico ed evitava assolutamente che i suoi uomini parlassero di politica!
A che serve la Storia? Sembrava quasi voler rispondere chi si fregia del titolo di Comandante, malgrado fosse stato solo un Vice, salvo poi essere esautorato del tutto da Pippo stesso per gravi motivi e che adesso in una lettera, ringraziava le suddette associazioni mentre fino a poco tempo prima le evitava accuratamente, almeno a parole.
Allora, a che serve la Storia? Serve soprattutto a capire cosa abbia mosso un ragazzo poco piu’ che ventenne a prendere, in un determinato momento storico, la via dei monti, a sopportare dolori fisici, fatica e sacrifici di ogni tipo per un suo ideale. Serve ad imparare dagli errori del passato per non ripeterli piu’ nel presente, serve soprattutto a cercare di capire cosa pensavano quei giovani di allora perche’ ci accorgeremmo con sorpresa che, dopotutto, i loro pensieri non sono poi troppo lontani da quelli dei giovani di adesso e leggeremo le loro gesta con la stessa meraviglia che loro stessi hanno provato in quei giorni, trovandosi improvvisamente sulle spalle un compito assai piu’ grande della loro giovane eta’.
Ecco, di seguito,  quanto avrei letto stamattina ma che invece ho preferito, alla fine, riservare solo a pochi:

“PIPPO” VISTO DA “PELO”

Tratto dalle memorie di “Pelo”,  Aldo BATTAGLINI, partigiano dell’XI Zona.

Il partigiano “Pelo” pensava al giorno in cui aveva fatto la conoscenza di Pippo, il comandante. Pippo era il suo nome di battaglia: il suo vero  nome  era Manrico Ducceschi ed era  pistoiese.
           
            Ne aveva sentito parlare spesso, dalla gente  del posto  ed anche dai tedeschi. Ed era un personaggio che incuteva un certo timore ed era  a volte descritto come un gigante barbuto, violento, sanguinario.

            In uno dei primissimi, sofferti, combattuti, travagliati giorni da partigiano se lo era trovato davanti: un  tizio che si faceva subito distinguere dalla massa degli altri per  il  viso aperto, gli occhi vivaci, luminosi: l’aspetto di  uomo  intelligente e sveglio. Non un gigante  barbuto dall’aria  feroce ma un giovane alto forse un metro  e  settanta, dalla  faccia  ferma, decisa, ma dai lineamenti  gentili,  nobili.

            Chi  gli  era  intorno lo chiamava  Pippo  e lui,  colpito dall’aspetto di quel giovane, chiese al suo vicino chi fosse.
“E’ Pippo.”
“Il comandante?”
“Si, il comandante.”

     Lo stava guardando, in quel momento, stava guardando Pippo, e lui,  per una sua qualche ragione, stava guardando Pelo. Questi si mise a ridere, una risata sonora, inarrestabile; e tutti lo guardavano perplessi e non capivano e quando riuscì finalmente a  fermasi Pippo gli chiese:

“Perché ridi tanto?”

            Spiegò: rideva perché nel fondo valle tutti lo immaginavano molto diverso da quello che era ed il pensiero aveva scatenato la sua ilarità. Anche Pippo si mise a ridere, accompagnato dagli altri e Pelo si prese il primo cicchetto della sua vita da bandito perché, parlandogli, gli aveva dato del lei e lui non voleva:
“Da noi si usa solo il tu. Ricordalo!”

Ebbe  poi  modo  di conoscerlo bene, divenne uno  dei  suoi fedeli  e visse con lui tante e tante avventure.

(...)

            In seguito alla battaglia di Montefiorino ci fu un grande sbandamento e molti uomini riuscirono a fuggire rifugiandosi chi di qua e chi di là. Molti furono i fuggiaschi che  attraversarono la zona occupata da Pippo ed alcuni rimasero con lui, portando nuove  forze pratiche della lotta.

             Un giorno arrivò un gruppo  di  questi sbandati, erano una settantina e chiesero di potersi fermare. Permesso subito accordato, naturalmente, ma  ad  alcune condizioni:   dovevano sistemarsi in un gruppo di  capanne abbandonate site in un fondo valle appartato, non farsi notare  allontanandosi troppo, non dovevano in alcun  modo disturbare i contadini ed i pastori residenti nei dintorni. Questi erano persone che li avevano sempre aiutati come meglio potevano, erano loro amici ed alleati e loro ci tenevamo a che nessuno rompesse loro le scatole!

            Era il tempo in cui Pelo teneva il collegamento fra il suo distaccamento ed il comando e  tutti i giorni attraversava la zona nella quale si trovavano i nuovi arrivati e tutti i  giorni aveva occasione di parlare con i pastori e contadini del territorio e cominciava  a sentire delle lamentele: un gruppetto di  uomini si era presentato in una capanna, aveva preso, di  prepotenza, la pentola grossa ed alcune forme di formaggio e se ne era  andato. In un altro luogo avevano rubato delle coperte, o del pane, ad un tizio avevano portato via una pecora. Egli raccoglieva queste denunce ed altre ancora ed un giorno le riferì a Pippo.  Egli ascoltò serio, preoccupato, poi disse: “Domani mattina vieni con me.”

            (…)

            La mattina dopo partirono per tempo, Pippo e Pelo, e si  incamminarono verso la zona in cui erano rifugiati gli scampati di Montefiorino. Pippo volle essere prima guidato presso tutti coloro che si erano lamentati, ascoltò le loro lagnanze, volle documentarsi  con tutti e,  una volta sicuro, chiese di essere accompagnato da quegli uomini.

            Li riunì e parlò al loro capo e si fece sentire e bene. Ricordò i patti stabiliti e rinfacciò loro il comportamento tenuto. Ordinò di restituire tutto il maltolto, coperte, pentole, formaggio e tutto quello che non poteva essere restituito doveva essere pagato e se non lo fate torno qui con i miei uomini e vi do una  bella lezione. E più presto ve ne andate e meglio  è  per tutti.

           Fu un bel discorsino, piano, tranquillo,  come era suo costume, ma molto chiaro e serio e non lasciava dubbi in chi lo sentiva e chi lo sentiva capiva anche bene che con lui non era il caso di scherzare, su certi argomenti!

            Pelo lo stava a sentire: imparò molto, quel giorno, ebbe una bella lezione. Perché, pensava, noi siamo in due e  loro sono in settanta. E se ne dovranno andare, sono disperati,  dalle loro parti non possono tornare e dove vanno?

            E  si  trovavano davanti  Pippo  che,  con  lui al  fianco, dava loro una  dura, inflessibile lezione di comportamento: vi serve una  pentola? Basta  chiedere in prestito, domani la riportiamo. Avete  fame, volete una pecora? Ne abbiamo bisogno, la paghiamo.  Nessuno si rifiuta, quassù. Ma voi non avete fatto così: contravvenendo ai patti avete rubato, avete usato violenza ai nostri amici e ora restituite il tutto e ve ne andate!

            Loro erano in due gli altri settanta,  affamati, disperati, avviliti. Poi Pippo prese la strada verso il comando e Pelo dietro a lui: fu poco piacevole passare, dopo una simile scena, in mezzo a due file di uomini (settanta) che li guardavano scuri in volto. Bastava un colpo di fucile perché tutto fosse finito. Era anche troppo facile, in quel  momento, per  quegli uomini, ucciderli e sparire. E la tentazione, almeno per molti di loro, deve essere stata grande.

            Pippo continuò a camminare per la sua strada,  imperturbabile, e  Pelo  tirò un bel sospiro  di  sollievo quando infilarono il valloncello successivo e sparirono alla loro vista.      Dopo pochi giorni i settanta se ne andarono.
     Pelo confessa: quel giorno ebbe paura!

martedì 9 luglio 2013

PER NON DIMENTICARE

Come ogni anno, l'ultima Domenica di Luglio, si celebra a Pian di Novello un'importante ricorrenza assolutamente da non perdere:

sabato 15 giugno 2013

PER I SENTIERI DELLA LIBERTA'

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo la bella iniziativa dell'ANPI di Lucca:


L'IDEALE REPUBBLICANO DAL PRIMO RISORGIMENTO ALLE REPUBBLICHE PARTIGIANE

Non sono in molti a conoscere l'origine del nome di battaglia del Comandante dell'XI Zona Patrioti, Manrico Ducceschi. Infatti il nick "Pippo", che faceva seguito al primo "Pontito", proveniva da una profonda ammirazione degli ideali repubblicani e mazziniani da parte del giovane Manrico che volle così denominarsi in ossequio al grande italiano Giuseppe "Pippo" Mazzini. In questo contesto diamo, pertanto, volentieri notizia di questa interessante iniziativa dell'ANPI di Lucca:

domenica 9 giugno 2013

PELLEGRINO BERNARDI "PIRRO"


Da LA NAZIONE di Pistoia del 9 giugno 2013:

"HA COMPIUTO 90 anni un personaggio abetonese conosciuto da tutti, Pellegrino Bernardi. Anche se recentemente ha subito una importante operazione chirurgica Pellegrino non ha perso il suo spirito di sempre: d'altra parte la sua vita potrebbe essere un romanzo. Nato nel 1923 viene richiamato nel Regio Esercito e inviato in Jugoslavia da dove torna avventurosamente all'indomani dell'armistizio. Con l'occupazione tedesca matura la sua scelta di campo e diventa partigiano raggiungendo la formazione del mitico comandante Pippo (Manrico Ducceschi) assumendo il nome di battaglia «Pirro». Il 17 novembre 1944 insieme al suo compagno inseparabile Alfredo Bonacchi detto «Feo» resta accerchiato dai tedeschi a Casa di Francia nei pressi di Pian degli Ontani: dopo aver quasi finito le munizioni riescono a sfuggire guadagnandosi un diploma di benemerenza da parte della 5ª Armata Usa. ALLA FINE della guerra torna al suo mestiere di boscaiolo e trascorre la sua vita dedicato al lavoro e alla famiglia, senza però mai dimenticare di essere presente alle commemorazioni ed ai ritrovi coi suoi vecchi compagni d'armi. «Un giorno andai a trovarlo e lo intervistai: non ci crederete ma la nostra intervista è diventata un'amicizia speciale; il suo aiuto per la ricostruzione storica del periodo bellico è stato fondamentale per me», dice Daniele Amicarella, responsabile della delegazione toscana dell'associazione Linea Gotica - Officina della Memoria. «NELLA NOSTRA rappresentazione del diorama vivente della Linea Gotica tenutasi recentemente a Fiumalbo abbiamo un attore che interpreta il partigiano Pirro' e racconta gli episodi del fronte dell'Abetone». «MA LA COSA più incredibile  aggiunge Daniele Amicarella  è stata quando Pellegrino ha conosciuto il suo ex-nemico Alessandro Motroni da Mantova: accadde quando stavo scrivendo il libro Quelli della San Marco - sul fronte dell'Abetone' pubblicato dalla casa editrice Mursia nel 2005. Alessandro era uno di loro, uno della Repubblica Sociale. Eppure hanno avuto un dialogo, un confronto sfociato in una amicizia che dura tuttora. Una lezione di vita indimenticabile». Pellegrino ha così festeggiato con familiari e amici e fra le telefonate di auguri c'è stata anche quella del suo ex-nemico." 

IL PROCESSO ALLA BANDA CARITA'



Come è noto, poco prima della sua morte, il Comandante Pippo era stato a Firenze e doveva testimoniare sull'operato molto sportivo di alcuni partigiani. Alla luce di questa premessa appare molto interessante l'articolo pubblicato da LA NAZIONE di Lucca del 9 giugno 2013:

"E' UNA di quelle brutte pagine di storia che vorremmo cancellare e che ha visto Lucca protagonista in modo indiretto. Come era già capitato per altri giudizi di grande rilevanza nazionale, la città fu scelta come sede del processo alla terribile "Banda Carità" che niente aveva a che vedere con le opere pie e che, invece, aveva imperversato a Firenze prima e poi a Padova, dopo la costituzione della Repubblica di Salò. Proprio nel periodo più cruento della guerra mondiale, la necessità del ricostituito regime fascista di ricompattare le forze, dette origine a Reparti di Servizi Speciali che a Firenze furono ribattezzati «Banda Carità», che si contraddistinse per i suoi metodi barbari con cui usava estorcere le confessioni alle sue vittime, che prima di essere passati per le armi venivano torturati. Il processo ebbe un primo pronunciamento a Padova nell'immediato dopoguerra dove furono comminate diverse condanne a morte ed ergastoli ma quello che avrebbe, invece, dovuto svolgersi a Firenze fu spostato a Lucca per motivi di opportunità e sicurezza. Solo il 23 aprile 1951 presso la Corte d'Assise di Lucca furono processati 204 imputati, quasi tutti i componenti della Banda, tranne il capo e qualche latitante. Fu un processo veloce, che riportò la città all'attenzione delle cronache nazionali, suscitando sconcerto e indignazione nella cittadinanza per i crimini commessi dagli imputati, ma il clima politico era già cambiato e la guerra era ormai un ricordo. In un paese che stava riprendendosi velocemente, il perdono e la voglia di cancellare quei delitti orrendi, alleggerirono il peso delle responsabilità degli imputati che se la cavarono solo con pochi ergastoli, tante assoluzioni e qualche condanna a trent'anni per gli oltre ottanta capi di imputazione che erano stati attribuiti. E se Lucca ebbe la fortuna di essere risparmiata dalle atrocità della Banda, dovette comunque sopportare altre pene peggiori e pagare un bilancio molto pesante alla guerra. Paolo Bottari"